Mamma over: cosa NON aspettarsi quando si aspetta

Essere mamma a 45 anni

Anni fa, sentii in Tv un’attrice comica pronunciare questa battuta:
“Non capisco perché quando una è incinta si dice In stato interessante, visto che poi alla fine non gliene frega niente a nessuno! “
Ammettiamolo, quando il pancione comincia a farsi vedere, il nostro modo di incedere diventa fiero e spavaldo, quasi come quello di Peter Parker, quando aveva scoperto di avere i super poteri trasformandosi in Uomo Ragno.
Non lo vedete che aspetto un bambino? fatemi largo, il mondo è mio . Anche io, appena compiuti 44 anni mi sentivo così: ehi guardatemi! Vi rendete conto???… ma la realtà è un’altra e dovetti presto ricredermi.

E quindi oggi vi parlerò dei Pro e i contro di una gravidanza in tarda età e di come tutelarsi, anche legalmente, contro tutte le avversità che purtroppo potranno nascere quando rimarrete incinta


A parte l’entusiasmo incredulo, ma pur sempre sincero, di parenti e amici, il resto del mondo, udite, udite, non era lì ad acclamare la lieta novella. Niente tappeti rossi e niente piogge di petali al mio passaggio.



In una città sgangherata e in declino come Roma, con mille problemi che peggiorano l’isterismo quotidiano, passare in una dimensione parallela, di donna in attesa, non è facile.
Mentre tutti urlano, corrono, suonano il clacson a mo’ di strumento a percussione, tu sei lì che devi necessariamente rallentare il ritmo, prendertela comoda, forse per la prima volta in tutta la tua vita.
Alzarti tardi, chiedere finalmente al tuo barista come si chiama, fare una passeggiatina al parco, leggere un buon libro, mangiare bene, trascorrere possibilmente un po’ di tempo al mare o in montagna, possibilmente.
Insomma, diventare una che chiunque odierebbe!

E così, cominciai ad avere la sensazione di essere passata quasi dalla parte del torto.
La società ignorava il mio nuovo status di futura mamma.
Anzi, avendo avuto l’ardire di essere una mamma attempata, a volte lo contestava .
Potrei contare sulla punta della dita le occasioni in cui mi è stato ceduto il posto sull’autobus.
In più, una volta in taxi, dovetti scendere a metà strada perché il gentile conducente mi cominciò a propinare una lezione di saggezza sul fatto che riprodursi dopo i 40 anni era sbagliato “perché a signò, i figli se fanno da ggiovane”.
Vista la piacevole direzione che stava prendendo la conversazione, gli mollai sdegnata 10 euro e tornai a casa a piedi, stanca e anche un po’ avvilita.
In ufficio ancora peggio. All’inizio tante congratulazioni. Poi “magari puoi lavorare un po’ da casa”. Poi “ci servirebbe il tuo telefono aziendale . Poi “ti dispiace se disattiviamo la tua mail. Poi “volevo dirti che quando torni al posto tuo ci sarà la nuova fidanzata del capo, ma tranquilla, in certi giorni è simpatica eh!”.
Ecco come vedersi riconosciuti 15 anni di lavoro nello stesso posto: con 50 sfumature di mobbing assolutamente legale.
Pochi giorni fa, ho partecipato ad un convegno sull’Economia e riporto qui e con piacere un grafico commentato dal Prof. Cottarelli, che adesso è tanto in voga.
In Italia, la crisi della fertilità va a gonfie vele, così a gonfie vele che anche al Sud le famiglie numerose di una volta sono solo un lontano ricordo.
E se lo stato dell’economia di un Paese si misura – anche – dal numero delle nascite, non c’è da stare allegri.

Qualche precisazione

Non mi aspetto che un datore di lavoro sia felice all’annuncio di una gravidanza, soprattutto di una dipendente a tempo indeterminato. Non c’è niente da festeggiare, dal suo punto di vista. Sarò assente dal lavoro per quasi un anno, nella migliore delle ipotesi; dovrà nel frattempo formare e pagare qualcuno che mi sostituisca, tamponare fino al mio ritorno. E quando tornerò potrebbero cambiare molte cose. Ci sta. Ognuno ha il suo ruolo e persegue i propri interessi. Ma quando cresci in un’azienda, gli dedichi il tuo tempo e gli anni migliori, contribuisci al crescere del suo fatturato e lavori con passione, senso d’appartenenza e dedizione, penso che tu abbia il diritto di aspettarti un riconoscimento.
Non elemosina, attenzione: rispetto e riconoscimento. E se queste due cose ti vengono negate vuol dire non solo che hai sbagliato azienda, ma anche che chi la dirige è un perdente. Se non altro perché ha perso te e la stima che nutrivi nei suoi confronti.
Essere stata una lavoratrice dipendente, con un contratto regolare mi ha dato una grande libertà. Ho potuto scegliere di non tornare in un posto di lavoro che non avrei più amato, con facilità e serenità.
Ho potuto fare ciò proprio in virtù della mia età e del fatto che avessi maturato contributi a sufficienza per poter accedere al sussidio che lo Stato mi ha riconosciuto. Non sarà per sempre, ma sarà per il tempo giusto che mi occorre per iniziare una nuova parte della mia vita.

Per chi non lo sapesse:

Lo stato riconosce alle Mamme che si dimettono un contributo a sostegno che si chiama NASPI.
Questo contributo nasce per chi perde il lavoro ma anche in caso di dimissioni per giusta causa.
La dimissioni in maternità rientrano quindi in questa categoria, perché lasciare il lavoro per occuparsi di un figlio, viene considerata una giusta causa.
I requisiti per accedere alla Naspi sono:
• aver versato almeno 13 settimane di contributi nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione
• aver lavorato almeno 30 giorni nei dodici mesi precedenti l’inizio della disoccupazione
Le dimissioni in maternità devono essere presentate entro il compimento del 1° anno di vita del bambino.
La Naspi non viene riconosciuta ai dipendenti a tempo indeterminato della Pubblica Amministrazione.
La Naspi viene versata dall’Inps, mensilmente per un numero di settimane pari alla metà delle settimane contributive degli ultimi quattro anni e per un massimo di 2 anni. Infine, cosa importante, a partire dal quarto mese, si riduce del 3% al mese fino all’esaurirsi del periodo di riconoscimento del sussidio.

Devo dire che il tutto ha funzionato perfettamente e senza particolari passaggi burocratici. Trovatevi un buon Caf nella vostra zona(centro assistenza fiscale) e vi aiuteranno nel calcolo preciso dell’importo che potrebbe spettarvi.  Vi  indirizzeranno nelle pratiche da effettuare e nei centri predisposti, ultimo dei quali sarà il centro per l’impiego.

Infine, ci tengo a dirlo: non mi sono licenziata perché il mio amor proprio è stato colpito nel vivo.

Era mia facoltà ritornare in ufficio, alla mia scrivania, con tanto di email e telefonino. Per legge non è possibile essere demansionata, al ritorno dal congedo di maternità (anche se per i soli primi 6 mesi. Quindi poi sì.).
I motivi sono altri e ve li racconterò più avanti.
Penso che quando si è incinta ed anche dopo aver partorito, una donna, forse anche per una questione ormonale, si senta particolarmente fragile, a tutte le età. E su questa fragilità molte aziende ci marciano alla grande.

mobbing e ostacoli da affrontare in maternità

Penso, infine che se hai la possibilità ed i privilegio di poter scegliere e non tornare in un ambiente professionale che non senti più tuo, seppur con tanti rischi ed incertezze, valga comunque e sempre la pena non tornare. E anche se a volte la nostalgia di quel periodo, ma più che altro la mancanza dell’essere attiva professionalmente si fa sentire, penso sempre alla faccia di Diane Keaton nel film BABY BOOM e mi dico, fiera: ho fatto proprio bene !

 

 

Dedico questo post alla mia amica Danielle . Senza il tuo incoraggiamento e supporto non avrebbe avuto lo stesso gusto rassegnare le dimissioni.

La foto del Prof. Cottarelli è stata da me scattata Sabato 10 Novembre, durante il Festival “Economia Come, L’Impresa di Crescere”, presso l’Auditorium, Parco della Musica,

il crollo delle nascite in italia
Il crollo demografico in italia (tasso di fertilità dal 1968 al 2016)

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